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Jean Améry. Il risentimento come morale JEAN AMÉRY. IL RISENTIMENTO COME MORALE
Castelvecchi, Roma, 2016
(ISBN 978-8869446078, Collana Le Navi, pp. 180, € 19,50)

 

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Introduction

Questo saggio nasce dall'esigenza di rivalutare la nozione di risentimento, troppo spesso ridotta ad un'unica accezione, fraintesa o trascurata, alla luce di un evento storico che ha creato un nuovo tipo d'uomo: la vittima dei campi di sterminio. Come sostiene Robert Antelme, l'uomo, destinato dalle SS all'annientamento, non è stato cancellato dalla storia1. Il sistema concentrazionario ha, anzi, radicalizzato la sua consapevolezza. «Avete costruito in noi una coscienza irriducibile - scrive Antelme, rivolgendosi ai suoi aguzzini - Non potete più sperare di fare in modo che noi si stia contemporaneamente al nostro posto e nella nostra pelle, condannandoci»2.
Un avvenimento storico come la Shoah giustifica, anzi esige, una riconsiderazione di alcuni schemi mentali, spesso inadeguati. È quanto Jean Améry compie in Intellettuale ad Auschwitz, allorché prende in considerazione i propri risentimenti. Egli si stacca da una tradizione filosofica che, a partire da Nietzsche e Scheler, vedeva nel risentimento la manifestazione di uno spirito astioso, per rivendicare la propria «stortura» come una forma più morale e storicamente più giusta di essere uomo. Il risentimento, infatti, è quel ritornare al passato, che inchioda il colpevole alle sue responsabilità e spinge la vittima a un legittimo, anche se tardivo, moto di rivolta contro l'ingiustizia. Il risentimento, quindi, non è la vendetta ignobile e sotterranea dell'impotente; esso diviene, per la vittima di un sistema oppressivo, l'unico modo per moralizzare la vita e la storia. Lo sconfitto, rovesciando la tradizionale posizione di riserbo o di acquiescenza, spezza il proprio isolamento e, con il risentire, fornisce alla morale dei nuovi strumenti di attacco e di conferma. Ri-sentire, nel senso ampio di richiamare alla memoria con partecipazione emotiva, ricordare non solo i fatti trascorsi ma gli stati d'animo e le sensazioni che necessariamente li accompagnano, è la premessa ineludibile per ogni atteggiamento valutativo.
(...)
Nel presentare questa nuova concezione del risentimento, non ho potuto né voluto prescindere dall'autore di essa. Troppo stretto è qui il legame tra il contributo teorico di Améry e il suo vissuto. Risulta valida, in proposito, l'affermazione che Nietzsche faceva su di sé: «In tutte le opere che ho scritto, io ho messo dentro anima e corpo: non so che cosa siano problemi puramente intellettuali»3. Vi è nell'esperienza di prigionia di Améry la chiave di lettura per comprendere le sue prese di posizione, i suoi interessi filosofici, così come i suoi inevitabili limiti. «So bene - egli ammette a conclusione del suo saggio su Auschwitz - che queste esperienze mi hanno reso inabile alle speculazioni profonde e a quelle elevate. Che possano avermi fornito migliori strumenti per comprendere la realtà è infine la mia speranza»4.
(...)
Eppure i saggi principali di Améry testimoniano anche un'altra esigenza: quella d'interrogarsi su questioni fondamentali, esercitando uno spirito filosofico ricco di sensibilità e riferimenti culturali. «I libri - scrive Améry - non hanno solo un proprio destino: talvolta possono essere un destino»7. Così in Rivolta e rassegnazione Améry cercherà di descrivere quell'impercettibile e spietato processo di decadimento che è l'invecchiare. L'intuizione più rilevante riguarda qui il rapporto di proporzionalità inversa che lega spazio e tempo. Levar la mano su di sé, ideale continuazione del saggio precedente, analizza lo stato d'animo del suicida, difendendo la dignità della morte libera dai pregiudizi del senso comune. Améry nega che il suicidio sia un chiaro indizio di follia, egoismo o immoralità; ad un gesto così estremo, che pure resta un messaggio rivolto all'Altro, egli s'accosta con comprensione e lucidità. Infine, Charles Bovary, medico di campagna è un'ultima appassionata difesa del raté, dello sconfitto, goffo e impacciato, dietro al quale si scorge in controluce il fantasma magro e sparuto del sopravvissuto.
(...)
L'analisi delle reazioni, dell'atipicità del singolo diventano in Améry l'occasione non solo per ricordare le responsabilità della società in questo processo trasformativo, ma anche per riconoscere il diritto di opporsi ad un tale abuso di forza. Tuttavia, per Améry, il risentimento non è una spinta eversiva a modificare radicalmente il dato; il suo legame profondo, esclusivo col passato rende inaccettabile una rinascita, una miracolosa palingenesi, capace di cancellare definitivamente il peso di ricordi dolorosi. L'intuizione fondamentale di Améry consiste esattamente nell'aver colto la complessa ambivalenza del risentimento, che è rifiuto reattivo del presente e allo stesso tempo attaccamento emotivo, esistenziale al passato. Il volto drammaticamente segnato di Améry e la scelta di una morte libera sono l'espressione di un contrasto continuamente rinnovato fra rivolta e rassegnazione, mai risolto.

1R. Antelme è l'autore di L'espèce humaine, edito da Gallimard nel 1947, nel quale egli racconta le vicende del Kommando di Gandersheim. In questa località, Antelme fu condotto il 1 ottobre 1944 da Buchenwald; da qui, nell'aprile del 1945, fu evacuato e portato a Dachau, per essere infine liberato.
2 R. Antelme, La specie umana, Einaudi, Torino, 1954, p. 122.
3 F. Nietzsche, Aurora, a cura di F. Masini e M. Montinari, Adelphi, Milano, 1962, aforisma 4 [285], p. 403.
4 J. Améry, Intellettuale ad Auschwitz, a cura di C. Magris, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, p. 162.
7 J. Améry, Levar la mano su di sé, a cura di I. Cervelli, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 21.

(Guia Risari, Jean Améry. Il risentimento come morale, Castelvecchi, 2016)
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Awards and Critics

 

«[...] la sua opera brilla per onestà e sincerità, per la scrittura genuina che non nasconde niente, mettendo a nudo tutto ciò che Améry ha dovuto affrontare e sopportare nel corso di un decennio funesto, che ha segnato la sua intera esistenza.
Il libro di Guia Risari mette in luce con esattezza proprio questo aspetto, e lo fa a partire da una struttura sostenuta da tre componenti saggiamente bilanciate: i temi che vengono trattati da Améry (il risentimento, la prigionia ad Auschwitz, l'invecchiamento, il suicidio...) vengono dapprima inquadrati in una cornice storiografica, mettendo in luce cosa hanno scritto in proposito letterati o pensatori del passato o della stretta contemporaneità rispetto ad Améry; poi viene analizzato ciò che quest'ultimo ne ha scritto, per essere infine illuminato dagli episodi biografici che hanno portato a tali riflessioni. Ne viene fuori un libro che è non solo un saggio sul risentimento, come un po' riduttivamente suggerisce il titolo, ma un ritratto a tutto tondo di Améry, con molti elementi biografici e con equilibrate incursioni storiografiche che ricostruiscono le vicissitudini e le alterne fortune filosofiche dei concetti portanti del suo pensiero. [...]»
(Cateno Tempio, Jean Améry. Il risentimento come morale, Sitosophia, Aug. 1st 2016)
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Contents

 
Introduzione Pag. 5
 
I La strada tortuosa del risentimento » 9
1. Storia di un termine » 9
2. Nietzsche e il ressentiment » 11
3. Gli eredi del risentimento nietzschiano » 16
4. Dalla parte del risentimento: Jean Améry » 28
 
II Ri-sentire Auschwitz » 35
1. Scrivere sul Lager » 35
2. Il valore dello spirito, il corpo leso, l'esilio dalla patria » 39
3. Bettelheim, Levi e Améry : un confronto tra sopravvissuti » 51
4. L'ebreo in rivolta » 68
 
III Revisione della vita » 80
1. La parabola discendente: l'invecchiamento » 80
2. Da sui-caedes a freitod » 196
3. Améry, scrittore in ritardo » 118
4. Contro la fatalité » 123
 
Bibliografia » 137
 
Note » 147


 

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